I referendum spiegati al mio gatto
Giovedì 03 Maggio 2012 21:18

A pochi giorni dal voto, proponiamo questo illuminante ragionamento di Michela Murgia, che ha il merito di esprimere una voce fuori dal coro, e contribuisce non poco a fare chiarezza in uno scenario contraddistinto da tanti slogan e da numerose posizioni demagogiche.

Michela Murgia
Fonte: www.michelamurgia.com

Sono settimane che uno spot della Regione Sardegna invita i sardi ad andare domenica 6 maggio a votare su dieci referendum regionali. La maggior parte dei sardi però non sa nemmeno su cosa dovrebbe esprimersi. La risposta è unica e non è difficile: dovremmo esprimerci su questioni per cui paghiamo già i nostri consiglieri regionali, perché sono temi che fanno parte della loro ordinaria materia di decisione. Non si sta discutendo di nucleare, di orientamenti etici o di scelte radicali che sovvertono le regole del nostro vivere civile: ci stanno chiamando a decidere di dieci cose su cui, se davvero ci credessero, avrebbero già legiferato loro, risparmiando oltrettutto una marea di soldi pubblici. Al presidente Ugo Cappellacci, che tutti i giorni si dichiara favorevole ai dieci sì referendari, vorrei chiedere perché mai gli stiamo pagando 14mila euro al mese più bonus, se non è capace neanche di assumersi la responsabilità politica delle decisioni necessarie alla Sardegna.

Ma sarà poi vero che quelle decisioni sono tutte utili e necessarie? Provo a ragionarci.

I primi cinque quesiti, il cui colore di scheda è indicato dal quadratino accanto, riguardano la questione dell'abolizione delle province, le nuove (referendum abrogativo) e anche le vecchie (referendum consultivo).

Uno dice: le province sono un costo. Ma questo costo verrebbe meno se le aboliamo? Le decine di dipendenti pubblici a tempo indeterminato che ci hanno lavorato fino a oggi possono essere messi sulla strada da un giorno all'altro perché sparisce l'ente che li aveva assunti? Naturalmente no, infatti saranno obbligatoriamente assorbiti negli organici dei comuni e della regione, restando in carico alla spesa pubblica. L'unico costo che verrà meno sarà quello risibile dei gettoni di presenza, la cui somma complessiva annuale non arriva nemmeno vicino alla spesa sostenuta per fare questi referendum.

Un altro dice: le province sono enti inutili. Fermo restando che spesso le persone confondono l'inutilità di un organo con l'incapacità di chi lo gestisce, anche a me non piace l'amministrazione del territorio in province e la vorrei cambiare, dando più potere alle unioni dei comuni; però anche uno scemo capisce che, in assenza di un'alternativa, l'abolizione delle province otterebbe l'unico effetto di accentrare tutti i poteri in mano all'ente Regione, organo che non solo mi rappresenta meno, ma sul piano della spesa pubblica ci costa infinitamente di più.

Un altro ancora dice: votando sì costringiamo la casta a riformarsi. Volendo ignorare il fatto che il governo Monti ha già in canna la riforma degli enti territoriali, resta il fatto che se il governo regionale volesse davvero riformare il sistema amministrativo delle province potrebbe farlo subito: ne ha facoltà anche senza ricorrere al referendum. Ma non ne ha nessuna intenzione e lo sta dimostrando proprio scaricando sullo strumento referendario le responsabilità politiche di una scelta che potrebbe fare benissimo da sè. L'idea che abolendo gli enti locali ci troveremo improvvisamente in mano a persone migliori è puerile: ci troveremo comunque in mano a quelli che abbiamo eletto. Non possiamo farli fuori tutti: dobbiamo solo deciderci a sceglierli meglio.

Se passa il sì per questo quesito significa che saremmo di nuovo chiamati a votare i membri di un'assemblea costituente che dovrebbe riscrivere lo strumento che regolamenta la nostra appartenenza all'Italia. Da sarda libera che vuole la libertà della sua terra rido di questo quesito e lo rimando cordialmente al mittente. Basta prenderci per il culo: non vogliamo la riscrittura di nessun inutile Statuto da Regione Autonoma. Le vere assemblee costituenti - lo dice la parola - si fanno per scrivere le costituzioni, non l'ennesimo vademecum della propria sudditanza. Questa classe politica avrebbe potuto dimostrare la sua buonafede cominciando prima di tutto a far rispettare lo Statuto attuale, specialmente l'art.9, dove si afferma che abbiamo autonomia sulla gestione delle nostre entrate. Se non lo ha fatto è perchè in realtà nessuno di quelli che siedono in consiglio regionale desidera che la Sardegna abbia una sua sovranità. Tutti però vogliono giocare al piccolo padre costituente.

Questo quesito, che dovrebbe semplificarci la vita, ci chiama a votare (al referendum) per decidere se vogliamo andare a votare (alle primarie) per stabilire chi votare quando andremo a votare davvero (alle regionali): complimenti per la contorsione a chi lo ha pensato. In ogni caso, se questa prospettiva fosse stata operativa già quattro anni fa, avremmo eletto presidente della regione comunque Ugo Cappellacci, cioè un nome imposto da Arcore a un PdL sardo annichilito dallo strapotere delle segreterie d'oltremare. Il Pd e le altre formazioni con sede decisionale altrove sono vittima delle stesse dinamiche. Credere di muoversi in maniera diretta in un contesto che ha premesse eterodirette è un abbaglio, ribadito anche da questo inutile quesito.

Pormi questa domanda è come chiedermi se sono favorevole alla pace nel mondo: naturalmente sono più che favorevole a diminuire le prebende ai consiglieri regionali. Ma se anche votassi Sì, questo Sì impedirebbe loro il giorno dopo di votarsi un aumento compensativo? Naturalmente no, esattamente come un referendum sulla pace nel mondo non farebbe smettere i signori della guerra di costruire e usare armi. Quindi a cosa serve, a parte illudere la gente che dicendo Sì i politici guadagneranno meno?

E' ovvio che sono favorevole a mandare a casa tutti i trombati collocati in quei consigli. Ma enti come Arpas, Argea, Laore, Agris e l'agenzia regionale per il lavoro da chi sarebbero gestiti? Il quesito non dice niente in merito e questo significa che corriamo il serio rischio che avvengano nomine monocratiche dove a governare ciascuno di quei carrozzoni sarebbe probabilmente il trombato più grosso, facendone spettacolari feudi personali.

Sono contraria nella maniera più assoluta a questa scelta demagogica e anti-democratica, come a suo tempo avevo già argomentato con Marcello Fois in questo dibattito scritto. La riduzione del numero dei consiglieri (ancora di più se unita all'ipotesi della cancellazione delle province) creerebbe un'insopportabile verticalizzazione del potere amministrativo in mano alla sola regione, oltrettutto con meno consiglieri. Per essere eletti ci vorranno molti più voti, a tutto danno dei politici senza clientele e dei giovani, che faticheranno di più ad affermarsi o non si affermeranno affatto. Con meno posti a disposizione i baroni della poltrona rafforzerebbero invece le loro già fortissime posizioni, anche grazie alla logica del "voto utile". Se lasciassimo il numero attuale di consiglieri e riducessimo a tutti lo stipendio di due terzi (cioè a 4000 euro al mese) risparmieremo infinitamente di più che non diminuendo di trenta nomi la rappresentanza democratica in consiglio.

Per queste ragioni io domenica non andrò a votare. Per cambiare le cose non serve rispondere a domande inutili e demagogiche; io vado a votare le persone che portano avanti la mia visione di società civile, onesta e democratica. Il resto, compresi questi referendum, è fuffa e il mio gatto lo aveva già capito dando un'occhiata a chi li sta sostenendo.

Fonte: www.michelamurgia.com