Vandana Shiva: “Solo la biodiversità e la difesa della terra ci salveranno”
Scritto da Andrea Rossi   
Lunedì 13 Luglio 2015 00:07

VandanaShivaL’attivista indiana ospite al Festival dei Beni Comuni: «Il Papa? Le sue parole sono ossigeno»

Parlando con Vandana Shiva si ha la netta sensazione che il movimento di cui fa parte da qualche tempo abbia finalmente trovato un portavoce capace di parlare alle masse, possa contare su una formidabile cassa di risonanza. Difesa del suolo e dell’acqua, no agli interessi di chi saccheggia la «Madre Terra»: il Papa ne ha fatto il cuore di una enciclica, l’ha ripetuto ieri in Bolivia e sono le stesse parole d’ordine che questa attivista indiana di 62 anni – leader del International Forum on Globalization, insignita nel 1993 del Right Livelihood Award, una sorta di premio Nobel alternativo - va ripetendo in giro per il mondo da oltre tre decenni. Il suo peregrinare sabato alle 18 la porta a Chieri, alle porte di Torino, al Festival dei Beni comuni dove terrà una lectio magistralis dal titolo «Cibo ed acqua come beni comuni». «L’economia dei beni comuni è l’unica possibilità che l’umanità ha di sopravvivere. Le risorse del pianeta vanno tutelate, è una nostra responsabilità. L’economia va ridefinita».

Il Papa ne ha fatto un argomento centrale del suo pontificato  

«Il suo ruolo in questo momento è molto importante, anche perché i politici annaspano nel discredito. Le sue parole sono ossigeno. E la sua enciclica è un’esortazione a tutta l’umanità. Ci ricorda che noi siamo i gestori del mondo, non i padroni. È la nostra guida all’azione».

L’ha sorpresa una enciclica interamente dedicata ai temi ambientali?  

«Sono molto critica con chi cerca di ridimensionare quel testo come se riguardasse solo il clima e l’ambiente. Il cuore dell’enciclica è il rapporto tra uomo e natura, la ridefinizione dell’idea di natura, proprietà, sfruttamento della terra, giustizia. È una dura ma onesta critica al modello economico dominante. Sono stata invitata un anno fa dal Papa in Vaticano: stava scrivendo l’enciclica e il suo interesse ruotava tutto su questo paradigma economico che ha creato la globalizzazione dell’indifferenza e su come, al contrario, dare vita a un’economia dell’inclusione, dei beni comuni».

Da mesi tiene conferenze nel Sud dell’Europa: perché? Che cosa può nascere dai germogli della crisi politica ed economica che investe il nostro continente?  

«I grandi cambiamenti nascono sempre ai margini. Il Sud del mondo, con le sue culture distrutte, e il Sud dell’Europa che sta scivolando verso la povertà, sono in realtà un patrimonio di ricchezze culturali e non solo. La loro cultura è la chiave perché resistano alla dittatura della finanza. Il mondo della finanza si basa sul fatto che l’1% controlla il restante 99%, non gli consente di essere indipendente dal punto di vista economico, dell’accesso alle informazioni, persino ai beni primari. Al contrario il mondo dei beni comuni tende a costruire un sistema che funzioni il più possibile per tutti. Il potenziale del Sud Europa nel diffondere questo messaggio può essere dirompente: qui c’è il terreno giusto per elaborare un sistema che mescoli salute, lavoro e biodiversità».

L’Europa però sta perdendo il suo spirito: crisi greca e gestione delle ondate migratorie sono il segno di uno scollamento. Si è smarrito il senso di solidarietà?  

«Il rischio esiste. L’Italia ha capito che i migranti sono esseri umani e non li si può abbandonare sui barconi, ma il esito d’Europa pensa che li si possa dimenticare dopo dopo averne distrutto le case nei paesi d’origine. La grande crisi dell’immigrazione oggi è in Siria, in Libia, nazioni abbandonate, lasciate in mano ai terroristi. La Grecia è una delle più antiche civiltà del mondo distrutta da uno dei più recenti ordini mondiali, la speculazione finanziaria. È vittima di questo paradigma: socializzare i costi sulla popolazione mentre altrove qualche grande banca fa profitti. Così l’Europa sta consentendo la distruzione di una parte di sé. A tutto questo la Grecia ha risposto con una mobilitazione che nulla ha a che vedere con l’economia o l’industria, ma riguarda la democrazia: vogliamo l’Europa dei popoli o l’Europa dei banchieri?».

L’Europa dei popoli è un continente forse troppo composito per poter marciare insieme.  

«All’Europa manca un progetto politico, ma la diversità è ricchezza. L’economia dominante tende alla monocultura, all’uniformità: cibo, vestiti, abitudini. Tutti sono uguali, anzi, lo sembrano, perché in una società iniqua l’uguaglianza non esiste, è il 99% che fa finta di somigliare all’1%. L’economia dei beni comuni al contrario si fonda su diversità culturale e biologica».  

L’ideologia non sfamerà la terra, obietterebbe McDonald’s  

«Ma McDonald’s non è cibo, è ideologia. Come ha scritto Thomas Friedman, dietro ogni McDonald’s c’è un McDonnell Douglas (l’azienda oggi della Boieng che produce velivoli militari, ndr). Ci troviamo di fronte a un imperialismo gastronomico che tende ad assorbire le specificità di ogni cultura».

Lei che è ambasciatrice dell’Expo come considera la convivenza tra i padiglioni di Milano di Slow Food e McDonald’s?  

«Giuseppe Sala, il commissario di Expo, mi dice sempre che critico tutto quel che hanno fatto. Il fatto che dentro Expo conviva di tutto è parte di questa geopolitica del cibo: oggi abbiamo sostituto all’imperialismo delle armi quello della cultura e dell’alimentazione. Io credo che non si debba soltanto aiutare la Grecia a uscire dalla crisi; i primi ad aver bisogno di aiuto sono gli americani: devono avere il diritto di mangiare cibi sani. Ecco perché dico che quella di McDonald’s è una ideologia: la sua affermazione non può che cancellare la biodiversità e l’originalità delle diverse culture e colture. Oggi dobbiamo combattere non solo per la democrazia delle idee, ma anche per quella del cibo».

Resta il fatto che secondo le stime entro la fine del secolo il mondo avrà 10 miliardi di abitanti. Per nutrirli nei prossimi decenni bisognerà produrre più cibo di quanto sia stato prodotto in tutta la storia dell’umanità. Chi nutrirà il pianeta, se non le colture intensive e l’ingegneria dell’alimentazione?  

«Il mondo non si sfama con la chimica. La chimica produce solo tossine e gli Ogm non aumentano i raccolti. Basti considerare quel che sta avvenendo negli ultimi anni: in Europa, un continente ancora sostanzialmente immune alle coltivazioni Ogm, la produzione agricola è aumentata molto più che negli Stati Uniti dove sono utilizzati su vasta scala. È una lezione che non dovremmo dimenticare: solo la biodiversità e la difesa della terra ci salveranno».

Andrea Rossi

Fonte : www.lastampa.it