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Soru, ascolta Marcello Fois

Scritto da Enrico Piras   
Lunedì 08 Agosto 2011 16:15

«E’ evidente che si è mostrato un dissenso forte, in parte sul merito, sul governo del territorio, ma ancora di più mi sembra che ci sia stata una mancanza della fiducia necessaria tra un Presidente della Regione e la sua maggioranza. Ho riflettuto, so di essere stato eletto direttamente, con la fiducia dei cittadini, ma non si può governare senza la fiducia della maggioranza in Consiglio regionale.

Ancora di più perché subito dopo avremmo dovuto discutere la legge finanziaria che non si può affrontare nel clima, appunto, di una fiducia interrotta oggi. Voglio mantenere salda la mia chiarezza, i principi che hanno ispirato la mia esperienza fino ad adesso. Ho cercato di riflettere su cosa sia più utile per la Sardegna e per i sardi, non per me.[…]
Ho servito credo bene finora, con coscienza e tutta l’onestà possibile. Ho servito mettendo al primo posto l’interesse dei sardi. E credo di servire il loro interesse anche oggi con questa scelta. Intendo andare avanti ed è per questo che prendo questa decisione. Ora termino qui».


Era il 25 novembre del 2008. Il presidente Soru annunciava con queste parole le sue dimissioni, dopo la bocciatura del Consiglio regionale, con 55 voti contrari e 21 a favore, di un emendamento alla nuova legge Urbanistica, che avrebbe esteso il piano paesaggistico anche nelle zone interne.
Si pose così fine a grandi e importanti successi: la vertenza con lo Stato sulle entrate dovute alla Regione, le servitù militari, la base americana de La Maddalena, il piano paesaggistico regionale, la riforma degli enti regionali, la legge statutaria, i programmi per il diritto allo studio e il Master and Back per i giovani laureati, il piano sanitario, la riduzione dei costi della politica, la difesa orgogliosa dell’autonomia e dell’immagine della Sardegna nel mondo, la modernizzazione delle strutture amministrative, il decentramento e la semplificazione delle procedure, l’informatizzazione e la pubblicità degli atti del governo, la regolamentazione degli impianti per le energie alternative, la politica di risparmio nelle spese sanitarie delle Asl, la politica della conoscenza, la politica per il rinnovo della classe dirigente sarda a tutti il livelli. Ma soprattutto «con la sconfitta di Soru» spiega l’onorevole Pietro Soddu «si è posta fine a quella parte della Sardegna più aperta al mondo, più carica di speranza e di fantasia, più fiduciosa nelle proprie risorse immateriali e nelle potenzialità inespresse di quelle materiali. Una parte che giudica il benessere e lo sviluppo non solo in termini di accrescimento del reddito globale, ma anche della sua distribuzione. Quella parte del popolo sardo che si fa carico del proprio destino e non scarica su presunti nemici la responsabilità della sua condizione. Quella parte che considera gli interessi dei singoli strettamente collegati con gli interessi della collettività e il bene privato collegato con il rispetto del bene pubblico».


Nonostante i suddetti risultati, tra i più rilevanti in sessant’anni di autonomia, la fiducia della sua stessa maggioranza è venuta a mancare. La “sinistra immobiliare”, come definita da Alberto Stratera, è uscita vittoriosa sia con la caduta della giunta Soru, e dunque del piano paesaggistico, sia col risultato delle elezioni regionali del 2009, che ha decretato la vittoria dell’attuale presidente Ugo Cappellacci.
Perché, allora, continuare a stare in un partito che gli rema contro? Perché cercare un compromesso col Pd sardo e, specialmente, con quei politici del cemento, gli stessi che hanno posto fine a quell’esperienza di governo e che volevano fare ciò che alla destra non era riuscito: continuare a fare nelle zone interne e nell’agro lo scempio che si è fatto sulle coste? Forse penserà, erroneamente, che saranno sommersi da chissà quanti strati di cemento fuoriusciti dalle loro stesse betoniere? O forse si redimeranno e si convertiranno sulla via di Damasco come Paolo di Tarso?
E perché si è sciolto Progetto Sardegna, movimento politico fondato nel 2003 da Soru, che raccoglieva ambientalisti, intellettuali, docenti universitari come gli economisti Francesco Pigliaru e Nerina Dirindin, e importanti scrittori sardi, come Marcello Fois, Giorgio Todde, Giulio Angioni, Luciano Marroccu e Flavio Soriga, per confluire all’interno del Partito democratico isolano? Non è forse da considerarsi un tradimento degli obiettivi, del programma e delle fiducia riposta da tanti sostenitori ed elettori?


Non si può che concordare, dunque, con l’invito di Marcello Fois rivolto all’ex presidente Soru, esposto in un articolo recentemente pubblicato sulle pagine de La Nuova Sardegna: «Se Soru fa la politica del Pd perde, specialmente se si tratta di questo bizantinissimo Pd Sardo. Il mio modesto consiglio è che in questo frangente metta tutti tranquilli uscendo dal PD. Facendo cioè anche lui il suo strappo, non metaforico. Poi che si rimetta in viaggio, come sa fare, per constatare quanta credibilità ha ancora nei sardi; e per rendersi conto sul campo che non appartiene a coloro che non possono far altro che accontentarsi della politica di piccolo cabotaggio. Quindi gli consiglio che si guardi bene dal candidarsi per le prossime regionali, ma che faccia valere la sua ritrovata caratura politica per osteggiare candidature già oggi troppo scontate, specialmente a sinistra».

 

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