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Euroallumina: le preoccupazioni di ISDE (Associazione Medici per l'Ambiente)

Scritto da Ass.ne Progetto Comune   
Venerdì 10 Febbraio 2017 11:32

FanghiRossiIn un territorio già fortemente compromesso da un'industrializzazione che non ha mai tenuto conto dei danni alla salute dei cittadini e all'ambiente, si prospetta la riapertura di Euroallumina. Una faccenda delicata e pericolosamente devastante, sia per il territorio sia nell'ineludibile reazione a catena che può innescare un elemento altamente inquinante di queste proporzioni. 
Una seria valutazione del problema non può prescindere dall'obbligo per l’azienda di bonificare quanto ha inquinato fino ad oggi e non è possibile consentirle di proseguire l’attività senza fornire adeguate garanzie di salvaguardia ambientale e sanitaria. Queste garanzie sono dovute non solo ai lavoratori direttamente interessati, ma a tutti i cittadini del territorio che hanno via via subito danni alla loro salute e loro lavoro, come i pescatori, gli operatori turistici, gli agricoltori e gli allevatori della zona contigua a Portoscuso.

Riportiamo al proposito il comunicato predisposto dall'Associazione Medici per l'Ambiente (ISDE):


Associazione Medici Per l’Ambiente – ISDE Italia

COMUNICATO STAMPA

Perché proseguire in un cammino di desertificazione ambientale e sociale del Sulcis dopo anni di disoccupazione e malattie per i suoi abitanti ?


La Conferenza di Servizi che avrebbe dovuto decidere la ripresa dell’attività dell’Eurallumina è stata rivista, dopo il parere contrario del Ministero dei Beni Culturali per incompatibilità con il Piano Paesaggistico Regionale. Avremmo preferito che tale parere contrario venisse espresso dalla politica locale regionale, accompagnato da una efficace progettualità per trovare una giusta collocazione per quei lavoratori ormai senza una sicurezza lavorativa da troppo tempo.

Isde-Medici per l’Ambiente già nelle sue osservazioni (http://www.sardiniapost.it/wp-content/uploads/2015/06/Osservazioni-ISDE- Carbone-Portoscuso-Finale.pdf) alla procedura VIA per il Nuovo Impianto di Cogenerazione (CHP) alimentato a carbone, aveva sottolineato le criticità procedurali, programmatiche, progettuali, ambientali, sanitarie e anche occupazionali. Infatti nella delibera n°46/9 del 21.11.2012 si insisteva sulla scelta del carbone come l’opzione più economica per l’impresa, senza tenere conto dei costi esterni socio-sanitari che sarebbero ricaduti sulle popolazioni già fortemente provate dalle gravi condizioni ambientali presenti nel Sito di Interesse Nazionale (SIN) del Sulcis-Iglesiente-Guspinese che vede, al suo interno, Portoscuso come il luogo di maggior degrado e ancora in attesa di valide azioni di bonifica.

Come se non importasse che le centrali termoelettriche che impiegano come combustibile il carbone rappresentino una delle principali fonti emissive di pericolosi inquinanti atmosferici, con ricadute sanitarie locali che evidenziano incrementi di morbilità e mortalità (da disturbi irritativi a congiuntiviti, danni a carico della cute e delle mucose delle vie respiratorie, fino a ad un incremento di tumori a carico di bronchi e polmoni). Va ricordato, a questo proposito, che l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione - agenzia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – nell’ottobre 2013, ha inquadrato l’inquinamento atmosferico nel gruppo 1 tra i cancerogeni certi per l’uomo.

Non vanno dimenticate, inoltre, le patologie cardio-vascolari e neurologiche nonché, nei bambini, anche le gravi correlazioni individuate nei disturbi dell’apprendimento. Tutto questo in un territorio dove già precedenti indagini epidemiologiche istituzionali della Regione e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno documentato eccessi di mortalità in entrambi i sessi per malattie polmonari e per tumori dell’apparato respiratorio e della pleura. Nei bambini, in particolare, si è rilevato un eccesso di mortalità perinatale e di ricoveri per asma.

È come se si volesse ignorare che le centrali a carbone hanno il più alto coefficiente emissivo per unità di energia prodotta di sostanze nocive a livello locale e planetario. Questa ignoranza impedisce di programmare un diverso sistema di produzione energetica in modo che la Sardegna non si ritrovi tra i maggiori produttori di CO 2 , se si considera che la produzione media pro capite è di 11 ton./anno, superiore del 40% alla media nazionale. La Sardegna, con i suoi 800 grammi di CO 2 per KWh prodotto, affianca India, Cina e Australia tra i principali inquinatori del pianeta e dei suoi ecosistemi. Questo perché ancora oggi utilizziamo come fonti di produzione energetica prevalentemente (78%) combustibili fossili quali carbone e derivati o residui del petrolio.

La riduzione virtuale dall’ emissioni di CO 2 (19%) dichiarata dal PEARS (Piano Energetico e Ambientale Regione Sardegna) della Giunta precedente era relativa all’acquisto di quote di emissioni, ma non alla loro reale riduzione. Tutto ciò era inoltre associato all’incremento della capacità produttiva da fonti rinnovabili. Nell’ultimo PEARS proposto da questa Giunta la riportata ulteriore riduzione delle emissioni di CO 2 è frutto di un’“artificio” di bilancio ottenuto considerando solo le emissioni relative all’ energia prodotta per consumo interno e nascondendo quelle relative alla produzione di energia per l’esportazione fuori dall’isola. Quest’ultime incidono per circa 1/3.

Nel particolare, per quanto riguarda le emissioni a ricaduta locale della Centrale a carbone, le Osservazioni ISDE - medici per l’ambiente - rilevavano, a fronte di un decremento di SOx del 67,27%, un aumento di NOx del 12,69 %, delle polveri del 201,24% e del CO del 192,15%. Inoltre si osservava che la nuova centrale era sovradimensionata rispetto al ciclo produttivo (produzione di allumina) per la ripresa del quale se ne invoca la costruzione. ma la sua costruzione, si osservava, confliggeva anche sul piano economico e occupazionale con l’altra centrale a carbone situata a breve distanza. Si sottolineava che sul piano ambientale e sanitario entrambe cumulerebbero gli impatti sul territorio e sulle popolazioni.
Ancora, si indicava come fuorviante la richiesta di una nuova centrale con la scusa di abbattere il costo dell’energia senza però spiegare il paradosso di far pagare alle utenze sarde il prezzo complessivo dell’energia circa il 30% in più in una condizione di sovrapproduzione nell’isola, esportando tra il 40% e il 30% della sua produzione energetica. È come se si volesse fare finta di non capire che la tariffa rimane più elevata nel mercato zonale sardo a causa della posizione di privilegio e degli incentivi di cui godono gli operatori attivi nel mercato del giorno infra-giornaliero dell’energia e in quello di dispacciamento.

Nel primo caso, un operatore dominante produce a prezzi incentivati, perché il combustibile utilizzato viene assimilato alle fonti rinnovabili. Nel secondo caso, i maggiori costi sono dovuti al regime di essenzialità di cui godono alcuni impianti (una sorta di incentivo per i produttori di energia da combustibili fossili, indipendentemente dalla loro attività produttiva). Questo grava sulle utenze degli abitanti dell’Isola sotto forma di onerosi costi di servizio, impoverendo ulteriormente i Sardi.

La riapertura dell’Eurallumina prevede anche la realizzazione del progetto MIA per l’ammodernamento del processo estrazione di allumina ed il Progetto BRF di ampliamento del bacino dei fanghi rossi.

Nel progetto MIA non si risolve il problema del processo troppo energivoro dell’estrazione della allumina dalla Bauxite (17 KW/h per 1 Kg alluminio da Bauxite mentre sono necessari solo 0,7 KW/h per 1 Kg di alluminio da riciclo) che mette fuori mercato perché troppo costosa tale lavorazione. Infatti ’alluminio è materiale completamente riciclabile e riutilizzabile all’infinito per la produzione di oggetti anche sempre differenti. L’Italia (insieme alla Germania) è oggi il terzo Paese al mondo per la produzione di alluminio riciclato, dopo gli Stati Uniti e il Giappone. Non si capisce perché in Sardegna si dovrebbe proseguire in lavorazioni ormai abbandonate da altre parti de mondo in quanto obsolete, anti economiche e inquinanti.

Il Progetto BRF prevede l’ampliamento del bacino dei fanghi esistente, dopo dissequestro, per accogliere 1,5 milioni di tonnellate annue di “fanghi rossi” (lo scarto della lavorazione della bauxite) per circa venti anni. Tale opera è al centro di una vicenda giudiziaria perché la conduzione del bacino già esistente ha determinato un grave inquinamento della falda acquifera sottostante con valori oltre la norma di alluminio, arsenico, selenio, cloruri, azoto ammoniacale, solfati, solfiti, boro, ferro, cadmio, manganese, ferro, rame, mercurio, piombo, cromo totale, cromo VI, idrocarburi totali e composti organici tensioattivi. L’ampliamento prevedrebbe l’innalzamento di 10 mt (fino a 46 metri di altezza totale) dell’attuale bacino per accogliere altri fanghi inquinanti e pericolosi e le ceneri della combustione del carbone. È utile ricordare che entrambi i rifiuti, secondo la normativa UE, dovrebbero essere considerati materiali con elevata concentrazione di radionuclidi - i cosiddetti “TENORM” (Technologically-Enhanced, Naturally-Occurring Radioactive Materials) -, ma in Italia e nell’isola si vorrebbe continuare ad avviarli in discarica senza nessuna messa in sicurezza.

È tempo che i decisori politici trovino soluzioni nell’abito della legalità e che si cerchino soluzioni credibili e sostenibili sul piano economico, sociale, ambientale e sanitario, a partire dalle bonifiche mai avviate.

 

 

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